camminavamo, io e m., per il corso di vardazzo. davanti a una vetrina di biancheria intima ci fermammo a commentare il prezzo di uno scampolo di filo spacciato per mutanda. nell'impeto del discettare le si staccò una ciglia finta che le finì nel mezzo delle tette finte. per recuperarla le si incastrò il bracciale nei capelli finti e, che cazzo, per liberarsi si spezzò un unghia finta. le offrii un caffè poi la riaccompagnai a casa cercando di tamponare quello sfacelo raccontandole una vecchia barzelletta di bramieri. le piacque molto, così mi sembrò, almeno fino a quando non le si staccò il ponte del premolare destro. proseguimmo in silenzio, meste. quando scese dall'auto aspettai che il portone si chiudesse alle sue spalle, mi accesi una sigaretta e tra una boccata e l'altra mi ricordai di quando da piccole sognavamo di fare sesso orale con jello biafra.
però. che ne sapete voi dello zucchero a velo, delle sue traverse, dei suoi ritagli. che ne sapete voi dell'incavo dei chiodi nel mio legno tenero, del verde come lo vedo io, dei codici a barre che ho stampati a pacche sulle spalle. che ne sapete voi. e che ne so io del verso dei vostri capelli la mattina, dell'odore della vostra pelle col cotone, dei vostri denti da latte sotto i cuscini. che ne so io. che ne sappiamo noi. ma poi, ce ne frega qualcosa? a volte si.





